Il fallimento
27 Maggio 2021

Il fallimento

Il fallimento

Oggi ci concentriamo su quello che angoscia la maggior parte degli imprenditori: il fallimento

Dal sito www.treccani.it alla voce fallimento appare questo:

falliménto s. m. [der. di fallire]. – 1. ant. a. Fallo, errore: fare f., commettere errore; senza f., infallibilmente, con certezza di non errare. b. Mancanza, difetto di qualche cosa: fdi vittovaglia (G. Villani).

2. Stato di insolvenza di un imprenditore commerciale: essere sull’orlo del f.; faredichiarare f.fdolosofraudolentorestare al f., detto dei creditori del fallito che perdono parte del loro capitale. Nel diritto, più propriam., il procedimento giudiziario concorsuale instaurato con la sentenza del Tribunale che dichiara fallito l’imprenditore in stato di insolvenza e volto ad assicurare il soddisfacimento, a parità di condizioni, dei creditori.

3. fig. Esito negativo, disastroso, grave insuccesso: il fdei negoziatifdi un’iniziativadi una political’impresa è stata un vero f.; dichiarare f., riconoscere l’inutilità dei proprî sforzi, l’impossibilità e incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione.”

Nell’accezione collettiva i significati più comuni sono sicuramenti quelli al punto 2 e 3: difficile pensare a questa parola come un semplice sinonimo di “errore”.

Per chi fa impresa, poi, appare evidente che il significato immediatamente evocato da questo termine corrisponda alla definizione contenuta nello stesso sito della Treccani, nell’enciclopedia, laddove si va ad analizzare velocemente quanto contenuto nell’art. 2221 del Codice Civile e nelle varie leggi in materia che si sono succedute nel corso delle varie Legislature.

Nexure - Il FallimentoLo scenario imprenditoriale

Ancor più, proprio nel “significato imprenditoriale” del termine, questa parola evoca scenari tristi e spesso catastrofici: sconfitta, insuccesso, vergogna, centrale rischi, privazioni di diritti, porte chiuse, denigrazione sociale ecc…

Se anche nel corso degli ultimi anni questi aspetti si siano in qualche modo affievoliti, complici anche una serie di strumenti giuridici ed economici volti a prevenirli (si pensi ad esempio al Nuovo Codice della Crisi di Impresa, di cui abbiamo parlato nel nostro corso di formazione per imprenditori del 6 maggio scorso), è anche vero che per un imprenditore il fallimento rimane un’onta dalla quale sfuggire.

Indagando però sull’etimologia del termine si scopre, non senza stupore, che il verbo fallire derivi dal latino “fallere”: ingannare.

Leggere il fallimento nell’ottica dell’ “inganno” riporta immediatamente ad Edison allorché, durante una conferenza stampa, un giornalista gli chiese: “Dica, Mr. Edison, come si è sentito a fallire duemila volte nel fare una lampadina?”

La risposta di Edison, entrata nel mito, fu:

“Io non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina; semplicemente ho trovato millenovecento-novantanove modi su come non vada fatta una lampadina”.

L’argomento è ampio e non è obiettivo di questo breve post affrontarlo completamente, lo scopo è solo quello di ridimensionare l’incubo di molti che ci stanno leggendo.

 

Fallire è una delle possibilità e non deve paralizzare l’attività imprenditoriale.

Spesso poi le ragioni di un fallimento sono le più disparate, assurde e non imputabili all’operato dell’imprenditore: si pensi ad esempio alle aziende che vantano crediti importanti verso lo Stato e vengono pagate con tempi biblici; o alla difficoltà di accesso al credito per le neo costituite; o ancora alla deficitaria legge in materia di insoluti che permette, di fatto, a molti clienti di non pagare senza subire conseguenze.

 

Dall’altra parte dell’Atlantico un imprenditore che fallisce è solo un imprenditore che ci ha provato e che potrebbe riuscirci la volta successiva o quella dopo ancora.

Casi di successo molto famosi di imprenditori falliti 1-2-3 negli Stati Uniti volte ce ne sono diversi: lo stesso Steve Jobs alla sua prima esperienza in Apple rischiò la bancarotta.

Non è forse un modello vincente?

Noi crediamo di sì e crediamo che sia necessario un ripensamento culturale importante.

In qualsiasi campo la competitività (necessaria, stimolante e gratificante) non deve prescindere dalla sana accettazione della sconfitta, del ridimensionamento ad avversario del nemico.

Accettare un fallimento è forse la cosa più difficile per ognuno di noi, quando si ammette a noi stessi qualcosa che mai avremmo voluto ammettere: lasciare una parte importante di noi, dei nostri sogni e dei nostri progetti.

Accettare di poter fallire però vuol dire anche principalmente ridimensionarsi come esseri umani fallibili e accettare gli imprevisti non dipendenti dalla propria volontà o operato, i propri limiti, aprire alla collaborazione, imparare dai propri errori, tentare nuove strade: aprire al successo futuro e alla speranza.

Paradossalmente è fiducia in noi stessi e non rassegnazione.

L’era dell’imprenditore “one man band” è finita, specie nel periodo pandemico che stiamo vivendo, ed in quello post-pandemico lo sarà ancora di più.

Fare impresa vuol dire occuparsi di mille cose ed è impensabile riuscirci da soli o solo internamente.

Ecco quindi che le sinergie, le società di consulenza modernamente intese, la rete vera, fatta talvolta di solidarietà (come successo nel primo periodo Covid, dove i primi finanziatori degli imprenditori sono stati spesso i fornitori stessi, altri imprenditori, e l’Italia è al primo posto in Europa su questo fronte…) e di rispetto incondizionato e cieco delle competenze altrui, l’aprire incondizionatamente all’innovazione, giocheranno un ruolo fondamentale per chi vorrà non solo sopravvivere, bensì crescere.

Ne parleremo giovedì 10 giugno durante un appuntamento del nostro corso di formazione  per imprenditori, facendo parlare gli imprenditori stessi che hanno fatto della sinergia con altri imprenditori, un modo per far crescere la propria impresa e la propria liquidità.

 

In altre parole una parola che va molto di moda oggi: resilienza.

Concludiamo riportando una breve cronistoria.

“1816 – La sua famiglia viene sfrattata. Deve lavorare per sostenerla.

1818 – Muore sua madre.

1831 – Fallisce in affari.

1832 – Si candida al parlamento statale: sconfitto.

1832 – Inoltre perde il lavoro: vuole entrare alla facoltà di giurisprudenza ma non viene ammesso.

1833 – Si fa prestare dei soldi da un amico per avviare un’attività e alla fine dell’anno è già in fallimento. Passerà i successivi diciassette anni di vita a ripagare il debito.

1834 – Si candida al parlamento statale: eletto.

1835 – Si fidanza, ma la promessa sposa muore.

1836 – Ha un grave esaurimento nervoso e rimane a letto sei mesi.

1838 – Cerca di diventare elettore delegato, ma viene sconfitto.

1843 – Si candida al Congresso USA. E’ sconfitto.

1846 – Si candida nuovamente al Congresso, viene eletto, va a Washington e fa un buon lavoro.

1848 – Si candida per la rielezione al Congresso: sconfitto.

1849 – Fa domanda per diventare amministratore demaniale del suo Stato. Viene respinta.

1854 – Si candida al Senato degli Stati Uniti: sconfitto.

1856 – Cerca la candidatura a vicepresidente al congresso nazionale del suo partito. Ottiene meno di cento voti.

1858 – Si candida di nuovo al senato USA. Nuovamente sconfitto.

1860 – Eletto Presidente degli Stati Uniti. “

 

Nacque in miseria e la sua vita fu sempre dura, segnata da continue sconfitte. Perse otto competizioni elettorali, fallì due volte negli affari. Superò un esaurimento nervoso.

Avrebbe potuto mollare, ma non lo fece, mai. Alla fine divenne uno dei più grandi presidenti della storia degli Stati Uniti: era Abraham Lincoln.

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